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 Lawrence Watt-Evans, Il signore dei maghi. La Saga degli Ele

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Childeberto
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MessaggioTitolo: Lawrence Watt-Evans, Il signore dei maghi. La Saga degli Ele   Sab Apr 05, 2008 3:28 pm

Lawrence Watt-Evans, Il signore dei maghi. La Saga degli Eletti I (The Wizard Lord - Annals Of The Chosen, Book I, 2006) - FANTASY - Newton Compton editori

Il continente di Barokan è permeato dalla magia. I ler, spiriti legati a tutto ciò che esiste in natura, ne sono l’origine e l’essenza: legati a specifici luoghi, possono essere interpellati e persuasi da un sacerdote a svolgere determinati compiti oppure possono essere costretti da un mago per i suoi scopi.
Secoli prima dall’inizio della vicenda narrata nel libro, i maghi più potenti di Barokan si unirono per formare il Consiglio degli Immortali e scegliere chi, tra loro, avrebbe dominato da solo l’intera magia del continente. Costoro si resero infatti conto della loro stessa pericolosità, instabilità e potenza e del fatto che avrebbero potuto facilmente arrecare distruzione e dolore alla popolazione del continente, come alcuni di loro già avevano fatto in passato.
Il Signore dei Maghi avrebbe dunque controllato e manipolato tutta l’essenza magica di Barokan, quella di ogni villaggio con i propri ler e con i propri sacerdoti (che si occupano di soddisfare le loro necessità ricevendo in cambio aiuto e amicizia per gli abitanti del luogo) così come di ogni zona selvaggia con i propri spiriti, invece, non vincolati e potenzialmente ostili.
Nonostante il controllo esercitato sul loro operato dal Consiglio degli Immortali, alcuni dei Signori dei Maghi che si sono succeduti nei secoli dimostrarono tuttavia di essere corrotti e malvagi.
Il Consiglio così scelse tra la popolazione di Barokan otto individui, conferendo loro poteri magici speciali e l’autorità di deporre, anche con la sua eliminazione fisica, ogni Signore dei Maghi che fosse divenuto un Signore delle Tenebre. Ognuno di questi otto Eletti (il Capo, lo Spadaccino, l’Arciere, il Ladro, il Profeta, l’Oratore, l’Erudito e
la Bella) avrebbe tramandato il proprio potere a un successore giudicato degno e approvato dal Consiglio.

Da più di un secolo ormai Barokan non conosce un Signore delle Tenebre e l’attuale Signore dei Maghi svolge pacificamente il suo mandato, regolando il tempo atmosferico affinchè il lavoro nei campi in ogni villaggio renda sempre i migliori risultati e vigilando affinchè nessun mago malvagio spezzi l’equilibrio.
Durante i festeggiamenti per la fine del raccolto, giunge nel villaggio di Mad Oak l’ormai anziano Spadaccino con lo scopo di trovare il proprio successore. Breaker, un giovane agricoltore, si propone così di divenire il nuovo Eletto anche se le domande interiori e la paura di un cambiamento così radicale della propria vita e delle proprie responsabilità lo spaventano e lo lacerano.

Lawrence Watt-Evans, nato nel 1954 nel Massachussets, è un autore poco noto in Italia. La sua tetralogia The Lords Of Dus, scritta fra il 1980 e il 1984, è stata tradotta e pubblicata dalla Fanucci nei primi anni ’90 ed è attualmente di difficile reperibilità mentre delle altre sue opere, la trilogia The Obsidian Chronicles pubblicata fra il 2000 e il 2003 e la lunga saga The Legends Of Ethshar iniziata nel 1985 e ancora aperta, nessun editore del nostro Paese si è finora interessato.
Uno dei temi più cari a Watt-Evans è quello di descrivere nei suoi romanzi situazioni in cui persone normali si ritrovano improvvisamente con il fardello di grandi responsabilità e aspettative.
Breaker, in effetti, dall’inizio alla fine di questo romanzo è costantemente lacerato e dubbioso. Lacerato dal cambiamento e dal non sentirsi adatto a ricoprire il proprio ruolo, lacerato dalle aspettative che gli abitanti di Barokan hanno nei suoi confronti, dubbioso circa le reali intenzioni del Consiglio degli Immortali e l’efficienza degli strumenti di controllo dello status quo che i maghi di Barokan hanno creato.
Ma Watt-Evans è pedante nella descrizione di questi stati d’animo, i monologhi interiori spezzano, o sarebbe meglio dire allungano la trama non offrendo altro che il costante ripresentarsi degli stessi interrogativi. Se l’autore voleva dare il senso di una lacerazione interiore, peraltro che si riflettesse anche negli altri Eletti oltre al protagonista, ci è riuscito appieno ma al costo di risultare noioso.

La trama è estremamente lineare e ripete lo stesso schema per una buona parte del libro. Watt-Evans punta molto sul finale (a questo proposito c’è da soffermarsi sul fatto che questo volume è il primo di una trilogia, anche se nell’edizione italiana non è specificato nulla a riguardo) ma l’esito non offre quell’effetto che l’autore, forse, sperava. Alcuni indizi sul retroscena della vicenda si evincono durante la lettura, non fosse altro che la narrazione si soffermi su di essi abbastanza spesso e in maniera a volte ingenua. Inoltre, il confronto finale avviene in modo superficiale e sbrigativo.

Il ritmo è lento e lo stile è elementare. A volte il tono di alcune scene è piuttosto comico e piacevole ma serve a stemperare una tensione che non si avverte quasi mai.

Per quanto riguarda l’ambientazione si ha l’impressione che il continente di Barokan sia stato solo abbozzato. A parte l’idea interessante e piuttosto originale dei ler, il funzionamento della magia presenta alcune incoerenze e l’uso che l’autore ne fa è limitato, a parte i poteri conferiti agli Eletti: in un romanzo in cui la magia dovrebbe essere la protagonista indiscussa, questa scelta lascia l’amaro in bocca. Il world building, insomma, pur avendo degli elementi accattivanti dà molto a desiderare così come la struttura dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi.
Non compensano di certo queste lacune le scene d’azione e di combattimento, che si contano con le dita di una mano. Quelle poche in cui ci si imbatte non riescono a coinvolgere più di tanto perché non brillano per ritmo e vividezza.

Resta l’impressione che Il Signore dei Maghi sia un romanzo con qualche spunto interessante ma nulla di più. Una maggiore attenzione per i dettagli, una migliore articolazione della trama e un linguaggio meno elementare lo avrebbero reso più piacevole e appagante.


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