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 L'Ammiraglio

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L'Ammiraglio
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MessaggioTitolo: L'Ammiraglio   Gio Lug 10, 2008 2:45 am


In omaggio a Sergio Leone

Mentre il mondo conosce la vittoria dell'Impero sulle forze oscure del Caos, mentre gli orchi vengono respinti oltre i monti Grigi, quando il male sembra momentanemante fermato...
In un mondo dimenticato...al di la dei principati di confine...TRA TILEA E L'ESTALIA...dove vige la legge delle armi più che altrove


IN UNA TERRA DOVE IL PRIMO CHE UCCIDE E' QUELLO CHE HA RAGIONE

DOVE GLI DEI PERDONANO...GLI UOMINI NO...

DOVE POCHI SANNO VIVERE...

DOVE MOLTI SANNO MORIRE

QUANDO IL MONDO DI WARHAMMER INCONTRA IL WESTERN E LA CONTRORIFORMA
UNA STORIA DI EROI
TERENCE HILL è L'Ammiraglio
DI AVVERSARI
CHARLES BRONSON è Armonica
DI AMICI
JUSTIN CHAMBERS è Jean
DI TRADIMENTI
KATHERIN ZETA JONES è Sayfia
DI AMORE
CHARLIZE THERON è Giorgia



L'AMMIRAGLIO

Quando finisce la musica, prendi la pistola, e cerca di sparare...cerca...
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Valten
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Gio Lug 10, 2008 2:49 am

troppo bella questa presentazione...
che dire...

VOGLIAMO L'AMMIRAGLIO...VOGLIAMO L'AMMIRAGLIO...VOGLIAMO L'AMMIRAGLIO..
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Cynath
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Gio Lug 10, 2008 12:23 pm

mi fado a comprare unaa pistola per poi urlare VOGLIO L'AMMIRAGLIO
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L'Ammiraglio
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Gio Lug 10, 2008 2:07 pm

Lo chiamavano l’Ammiraglio. Era alto, magro, non raggiungeva i 30 anni. Aveva capelli neri alla nuca, sebbene la moda tileana li volesse sotto le spalle. Il suo viso era ovale, regolare, occhi castani, naso piccolo, portava una sottile barba incolta che copriva il mento piccolo, le guance pallide e parte del labbro superiore. Era di corporatura minuta, sembrava non avere muscoli se non quelli appena sufficienti a muoversi. Il suo corpo non presentava cicatrici o ferite, indossava sempre il solito abito, anche perché aveva solo ricambi uguali: un cappello nero dal quale spuntava una bella piuma rossa, un camiciotto bianco sopra un corpetto in cuoio, pantaloni neri che affondavano in stivali di pelle conciata, portava inoltre un’elegante cappa lunga fino la schiena, nera anch’essa,e, quando faceva freddo, indossava una giacca dello stesso colore. Al fianco portava sempre un lungo stocco e, sulla destra, tenuta bassa, una fondina con una grossa pistola formata da un unico pezzo di metallo da cui uscivano due canne sovrapposte, la più bassa conteneva 8 colpi, che, tramite un sistema a molla collegato al grilletto, perfetto per infilarci l’anulare, immetteva in quella superiore un nuovo proiettile appena sparato il precedente, arma più unica che rara, visto che se l’era costruita lui stesso, ed in grado di sparare per otto volte prima che il percussore battesse a vuoto, il tutto con un minimo tempo di ricarica.
Nessuno sapeva da dove venisse, sebbene abbondassero le storie sul suo conto: di sicuro era stato un alto ufficiale della marina di Luccini, prima che i conflitti intestini alle famiglie dominanti lo facessero cacciare, e da qui il nome, o meglio, la carica, di ammiraglio. Si diceva anche che fosse caduto in disgrazia in seguito la morte del padre, e che fosse stato lasciato dalla sua amata. Altre storie lo volevano come un figlio illegittimo di qualche antica casata, forse addirittura bretoniana o imperiale, per altri era un nobile passato al brigantaggio dopo aver ucciso in singolar tenzone un suo pari. Tutte queste chiacchiere si facevano, ovviamente, quando lui non era presente, perché l’unica cosa certa era che fosse il miglior spadaccino e tiratore di Tilea, uno dei sicari più ambiti da tutti coloro che potevano permetterselo. Ma l’Ammiraglio era un’ombra. Faceva il suo lavoro, incassava i soldi, e se ne andava. Pochi sapevano dove trovarlo, e lo cercavano solo in caso di necessità, perché era pazzo. I suoi abiti eleganti, i suoi modi di fare fini, la sua nobiltà –mai che avesse ucciso qualcuno senza prima sfidarlo o dargli opportunità di difendersi- erano solo dei paravento per una mente sconvolta da un incredibile odio per gli altri esseri viventi, tutti. Si sentiva tradito ed emarginato dall’intera umanità, per lui ogni vittima era una piccola vendetta, ogni cliente un vigliacco capace di lasciare ad altri il compito di risolvere le proprie beghe, e che presto o tardi avrebbe subito lo stesso fato. Si sapeva che egli cercasse solo qualcuno più bravo di lui da cui venire strappato a questa vita che odiava, ma chiunque ci avesse provato aveva pagato caro il suo tentativo: se l’Ammiraglio impugnava la spada, non l’avrebbe rinfoderata fino alla morte del tuo avversario, e, se per caso si stabiliva che si cessava il duello al primo “tocco”, ne faceva uno solo, letale.

Era il pomeriggio di una giornata di primavera. Il sole batteva sui cittadini indaffarati nel lavoro e sui nobilotti nullafacenti di cui Remas era piena. L’ammiraglio camminava all’ombra, col cappello calato in testa. Qualche tagliagole, vedendolo, lo riconosceva, e gli faceva prontamente largo. Scivolò lungo i vicoli della parte oscura della bellissima Tilea: dove bari, assassini e biscazzieri abbondavano e gli unici edifici erano sudice taverne, volgari bordelli e magazzini in disuso, almeno ufficialmente. Davanti una locanda dall’aria fatiscente, con tanto di vetri bucati e porta rovesciata a terra, due tipacci erano impegnati a fare i bulli con un giovinetto dal vestito elegante e variopinto, probabilmente, un giovane rampollo straniero che aveva sbagliato strada. I due briganti erano il ritratto del prepotente di periferia: grossi, con sudice canottiere scure e pantaloni strappati, rozze sciabole tenute dietro la schiena, uno calvo l’altro coi capelli lunghi. Il giovane assassino sapeva benissimo di che feccia si trattasse e, avendo già avuto a che fare con essi, quando ancora era un ragazzo indifeso, proprio come quello che aveva davanti, stabilì che se anche fosse arrivato un po’ in ritardo non ci sarebbe stato nulla di male.

Uno dei bravacci diede una spinta alla vittima, gettandola a terra. Risero di gusto, come se fosse un vanto per due grandi e grossi prendersela con un ragazzino magro e spaventato. La voce sicura dell’Ammiraglio li fece voltare “Fine del gioco, signori!”. Schiamazzarono come oche, guardando quest’altro giovane dal bel vestito e il corpo mingherlino. Quella sera avrebbero potuto vantarsi con le loro puttane di aver fatto i forti con ben due vittime. Quello calvo fu il primo a firmare la propria condanna: ridendo, convinto di incutere timore al suo avversario, allungò una mano verso il cappello nero “Quello mi starebbe proprio bene, fallito!” disse ridendo sguaiatamente assieme al compagno. La lama del fioretto saettò nell’aria, colpendo la spalla del bullo senza però ferirlo. L’omaccione afferrò la sciabola, quel moccioso aveva osato troppo!

Appena l’arma gli apparve nel pugno, l’Ammiraglio non diede più sconti: un singolo colpo, con una maestria degna del migliore dei maestri di Estalia, trapassò con un palmo di acciaio la debole difesa dell’avversario, la veste sudicia, i muscoli di cui andava tanto fiero, il cuore colmo di sporcizia. L’altro non aveva fatto neanche tempo a capire cosa fosse successo, vedendo il compagno cadere, si paralizzò con la mano sull’elsa della sua arma “Avanti” lo incalzò l’Ammiraglio “Prendila!” il prepotente sguainò l’arma lentamente…povero stolto, non aveva capito che l’unico modo per salvarsi era lasciarla dov’era. Anche lui, come il suo amico, era solo fumo, tanti muscoli, tanta immagine, ma nulla di concreto. Durò meno di mezzo minuto: un colpo dall’alto subito parato dal mercenario, che rispose facendo saettare la punta brillante direttamente alla gola del bravo. Cadde a terra stringendosi la gola, trapassata da parte a parte. Gli occhi brillavano di paura. Lacrime gli bagnarono il viso. Le stesse lacrime che lui e il suo compagno avevano procurato a tanti poveracci. Gli fu concesso, per bontà dell’Ammiraglio, il colpo di grazia: un affondo diretto alla fronte.

La vittima era ancora accucciata contro il muro. Il mercenario lo aiutò ad alzarsi “Le consiglio di imparare ad usarla” disse, consegnandogli l’arma di uno dei due balordi. Subito dopo continuò per la sua strada, infilandosi nella locanda fatiscente di cui abbiamo già parlato.

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Cynath
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Ven Lug 11, 2008 9:04 am

il seguito voglio il seguito
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Abaddon il distruttore
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Ven Lug 11, 2008 9:25 am

Scrivi benissimooo, spettacolare.


Morte ai servi del falso imperatore!




http://rohanbloodfeuditalia.forumfree.net/
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L'Ammiraglio
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Ven Lug 11, 2008 2:11 pm

UN’INSOLITA COMMISSIONE


L’interno del locale era ampio e coperto di fumo. Il fracasso era totale. Gentaglia di ogni razza e dimensione chiacchierava ad alta voce, ognuno cercando di sovrastare gli altri. Due grossi ogri aspiravano lentamente da un narghilé raccontandosi vicendevolmente le loro avventure. Un nano dalla barba scura discuteva con una donna avvolta in un mantello, scrutando con diffidenza attorno a lui. Un paio di orchi ridevano sguaiatamente ad un angolo. Un piccolo pelleverde dal grande naso, probabilmente uno gnoblar, suonava ad un pianoforte sgangherato una melodia che sembrava essere risultato di un premere casualmente i tasti, alla quale una vecchia coperta di rughe ed obesa cercava di accompagnare un canto simile allo starnazzare di una gallina. Ragazze di ogni età giravano per i tavoli servendo i clienti, che continuamente le palpavano e toccavano. Ed ecco li Jean. Lo vide prima ancora di entrare. I suoi gusti in vestiario non erano cambiati: armatura dorata coperta di orpelli e fregi multicolore- dal rosso al blu al verde, tutti con rispettiva pietra preziosa incastonata- esageratamente vistosi, cappello blu sovrastato da un’enorme piuma rossa, tunica dello stesso colore al ginocchio ornata in velluto dalla quale scendevano schinieri dorati. Capelli lunghi e sciolti, viso totalmente rasato e magro, sorriso falso perennemente stampato.

L’Ammiraglio si avvicinò all’uomo con calma, mentre la gente si lasciava sfuggire espressioni di sorpresa al suo passaggio
“ehi, ma quello è…”
“Chi è questo damerino?”
“Sei pazzo? Non hai visto cosa ha fatto fuori? Taci!”
“Questo giovanotto l’ho già visto!”
“Io lascio…”
Jean gli fece il gesto di accomodarsi al tavolo “Vedo che non hai cambiato il tuo discutibile modo di vestire” disse il mercenario “Che ci vuoi fare” replicò l’altro “I miei collegamenti in alcuni ambienti mi obbligano a questo sacrificio…che faccio più che volentieri” l’Ammiraglio chiamò una cameriera con una mano “Vinello, di quello buono!” ordinò “Taglia corto, Jean…cosa vuoi da me?” il committente sorrise “Ho un incarico da affidarti” il tileano ringraziò la cameriera e osservò la bottiglia “Questo lo sospettavo, non sono il tipo che si cerca per una rimpatriata, a proposito, la prossima volta mandamene uno più svelto, a cercarmi” Jean scosse la testa “per quello non ci sarà seconda volta…dovevi proprio conciarlo a quel modo?” il giovane annuì “Odio chi cerca di costringermi a seguirlo…e poi di che ti lamenti? E’ tornato vivo. Allora, di che si tratta?”.

Il committente deglutì vedendo il sorriso apparso sul viso del sicario, un misto di sfida, sicurezza e cinismo, poi aprì la bocca “Hai mai avuto a che fare con la chiesa di Morr?” l’Ammiraglio scosse la testa bevendo un piccolo sorso di vino “Ti vengono offerti 120 dobloni d’oro per infilarti nella chiesa della città, vicino al cimitero consacrato al dio” l’assassino si dondolò sulla sedia “Mettiamo in chiaro tre cose, Jean: primo, se qualcuno mi offre 120 dobloni d’oro per qualcosa vuol dire che quella cosa vale almeno dieci volte tanto, secondo, rubare non è il mio mestiere, terzo, mi manca il nome di chi offre i suddetti 120 dobloni.” Jean si chinò verso l’interlocutore, abbassando la voce “Non devi rubare…devi prendere…il prete guerriero di Morr del tempio possiede un bracciale, che non si toglie mai, e che un committente che vuole restare anonimo vuole ricevere…” il tileano sorrise “E si fida che, dopo che l’avrò dato a te, tu glielo porterai?” l’uomo annuì vigorosamente “Ci sono persone con cui è meglio andare d’accordo,anche a costo di essergli fedeli” l’Ammiraglio rise “Chissà che sacrificio dev’essere per te…che devo fare del prete?” il committente fece un sorriso che voleva essere crudele ma risultava ridicolo, come tutta la sua persona “Quello che sai fare meglio: uccidilo. Ti aspetto domani mattina, qui, col bracciale!”.

La taverna in cui alloggiava l’ex ufficiale di marina era posizionata nei quartieri medi della città, poco lontano dalla porta principale delle mura. Erano una zona pittoresca e folkloristica, ben diversa dal sudiciume in cui era stato precedentemente. Compagnie di saltimbanchi affollavano i marciapiedi esibendosi in mille modi diversi per il divertimento dei passanti, carrozze e cavalli marciavano sul selciato lastricato e moderatamente pulito. Pattuglie di milizia assicuravano un passabile ordine pubblico. Era, in effetti, l’ultimo posto in cui ci si aspettava di poter incontrare un sicario. Proprio per questo era un rifugio sicuro. La proprietaria si chiamava Mama Rosa, ed usciva da un passato non propriamente cristallino, senza contare che il nome suonava falso come i gioielli che Jean portava all’armatura. Era una donna tra i 35 e i 40 anni, ancora dotata di un bel fisico e di profondi occhi neri in grado di catturare qualsiasi uomo su cui fossero puntati. Il seno tondo e vigoroso spuntava dalla scollatura, sempre generosa, del suo vestito rosso, i suoi capelli erano neri, lunghi e ondulati, il suo corpo era sodo e relativamente in carne, la sua pelle olivastra. Ben diversa era la cameriera del locale, che non arrivava ai 25 anni, era magra e dai lineamenti ancora infantili, capelli scuri e lunghi fino la vita, occhi verdi sempre allegri, pelle scura anche lei, seno piccolo e rotondo, bellissimo sorriso che solo i giovani sanno avere.

Quando l’Ammiraglio entrò lei gli fu subito addosso, guardandolo come le dame sono solite fissare i cavalieri di ritorno da eroiche imprese “Posso fare qualcosa per voi, signore?” chiese con la sua voce allegra, cinguettante “Certamente, Sabina” rispose lui “Puoi portarmi una brocca di acqua calda in camera, per favore” la ragazza annuì e corse in cucina “Mangiate qui stasera, ammiraglio?” chiese Mama Rosa senza staccare gli occhi dal vestito che stava filando “Naturalmente, oggi è la giornata del gioco, e non sia mai che abbandoni i miei avversari” salì lentamente le scale, con il fodero della spada che sbatteva sui gradini. Entrò nella sua stanza al primo piano, abbastanza bassa d potervi saltare giù in caso di emergenza, era un piccolo locale con un letto, una scrivania, un armadio e qualche brocca vuota. Si tolse il mantello e sbottonò la camicia. Aprì le sacche da sella appoggiate al rozzo tavolaccio e scorse rapidamente alcuni fogli. Bene, aveva informazioni in abbondanza sulla chiesa di Morr a Remas. Mappa, numero di guardie- otto- con relative informazioni sull’armamento e sui turni notturni. Sembrava un lavoro facile, diverso dallo sfidare un poveraccio colpevole di aver guardato storto una donna sposata o un nobile permaloso, ovvero i suoi più frequenti impegni, assoldato da coloro che avevano ricevuto l’offesa. Mentre riponeva le carte, ripensò all’ottimo affare fatto con l’amanuense che si premurava di rifornirli di continuo mappe e informazioni dettagliate su tutta la Tilea e oltre.

Bussarono alla porta, che si aprì subito dopo. Sabina entrò reggendo un piccolo catino colmo di acqua bollente e un asciugamano “Almeno mentre dormite vi levate quella ferraglia?” chiese indicando la cintura con le armi dopo aver appoggiato la tinozza su un apposito treppiede “Forse” rispose il giovane con un sorriso. Si passò del sapone sul viso e iniziò a radersi con un piccolo coltello che teneva nella tasca della giacca appesa alla sedia “non mi serve altro, Sabina, grazie” disse congedando la ragazza. Uscì meno di 20 minuti dopo, rasato e ripulito, come richiedeva la sua maniacale attenzione all’igiene, per la quale in passato diversi spiritosi avevano trovato doveroso prenderlo in giro –i pochi rimasti per raccontarlo da allora non presero più in giro nemmeno un paralitico sul letto di morte- e, dopo aver salutato con un cenno del capo i clienti già seduti a tavola, si diresse fuori città.

Controllare l’obiettivo era il primo dovere del buon sicario. Mai gettarsi allo sbaraglio, mai fare qualcosa senza un piano preciso. La chiesa di Morr era relativamente piccola rispetto le immense cattedrali di Remas dedicate ad altre divinità, e su questo la mappa era corretta. Vicino ad essa, dietro un piccolo recinto, ecco l’alloggio dei miliziani custodi, due di essi erano appoggiati stancamente al portone. Sembravano ex contadini a cui fosse stata messa in mano una roncola, dopo aver visto fallire i loro campi ed esser passati dal mietere la terra al mietere anime, o almeno a provarci, a pagamento. Le loro armature erano scheggiate e imperfette, il loro fisico inadatto ad usare simili armi, i loro visi impreparati ad un vero e proprio scontro. Se anche gli altri sei erano così, sarebbe stato inutile seminare il loro sangue. Ben diverso era il prete: la prima cosa che l’Ammiraglio cercò fu il famoso bracciale, che in effetti era visibile sotto la tunica, anche se non si avvicinò troppo, per non insospettirlo. Era un uomo non molto alto,ma tarchiato e robusto, aveva la testa calva e una coroncina d’argento attorno la nuca. Il naso era schiacciato. Alla cintura pendeva una piccola mazza. Ottimo, anche se era più forte del giovane, una simile arma improvvisata non poteva competere con la sua spada. Soddisfatto, il sicario tornò sui suoi passi e si unì agli altri commensali alla locanda, per quanto un po’ in ritardo.
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L'Ammiraglio
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Dom Lug 13, 2008 1:33 pm

IL COMMITTENTE


Il palazzo di Rocco Faini a Remas non somigliava per nulla alla taverna in cui era costretto a vivere l’Ammiraglio. Ex mercante e ora dominatore di Luccini, egli poteva permettersi un palazzo principesco nei quartieri alti in ogni città della Tilea. Aveva abbattuto la Repubblica e tutti i suoi oppositori, aveva acquisito un potere e una ricchezza enormi, ma che errore scoprire troppo tardi il potere del braccialetto. Che errore permettere a quella insulsa maghetta di Giorgia De Piccoli, buona solo a illuminare di luce magica una stanza e nulla di più…e che errore lasciarla arrivare intera a Miragliano, dopo aver consegnato il suo monile a quel prete. L’unico lato positivo della faccenda era quel piccolo vermiciattolo di Jean Seccal, che gli aveva dato la possibilità di liberarsi anche del suo ultimo oppositore…e quell’incapace del suo miglior sicario lo aveva fatto fuggire! Questo pensava Rocco Faini mentre camminava nervosamente per il salone del palazzo, gli occhi puntati su Armonica, seduto, o meglio sdraiato, su una sedia, con i piedi sul prezioso tavolo in rovere. Il mercante era di piccola statura, sulla cinquantina, pochi capelli scuri sul cranio pelato. Magrolino e incapace, non gli si darebbe un soldo. Ma la sua anima nera e la sua forza erano tali da permettergli del titolo di Signore di Luccini e di indossare abiti in lana rossa e corone dorate che nemmeno l’Imperatore avrebbe mai potuto mettere, anche perché il buon gusto del divino Karl Franz sono noti in tutto il Vecchio Mondo.

“Ci è scappato” disse fermandosi e fissando più intensamente il sicario “Ne siamo sicuri?” Armonica annuì giocherellando con lo strumento che portava al collo “Più che sicuri” assicurò “A meno che ad assalire Inigo e i suoi non siano stati almeno una mezza dozzina di uomini bene armati assistiti da un paio di divinità guerresche” il mercante scosse la testa “Spiritosaggine fuori luogo” mormorò “E’ stata tua l’idea di intrappolarlo alla chiesa” l’assassino alzò il cappello dagli occhi “L’unico modo di sorprenderlo era sapere dove trovarlo” spiegò “E l’unico modo in cui sapere dove trovarlo era affidargli un incarico….l’idea di usarlo per occuparsi del prete è stata un’idea vostra, io lo avrei attirato in una trappola più preparata” Faini portò le mani alla testa “Se lui avesse ucciso il prete e poi voi aveste ucciso lui, avreste fatto la figura degli eroi!” esclamò “Troppo complicato scosse il capo Armonica “ Voi usate troppi trucchi e stratagemmi: abbiamo abbastanza uomini per occuparci di lui e di tutti i preti di questo mondo!” si alzò lentamente mentre il mercante andava dietro la scrivania “Cosa pensi di fare ora?” chiese “Dove potremo trovarlo? Io devo avere quel bracciale!” sbattè un pugno sul tavolo, aspettando la risposta, che non si fece attendere: “E lui vorrà sapere il motivo per cui lo volete…e la risposta può averla solo a Miragliano, dalla sua ex fiamma” Faini sghignazzò “C’è la possibilità che un marito geloso lo faccia infilzare dalle sue guardie?” domandò speranzoso “A certo, ma il problema è che non ne basterebbero sei assieme a infilzare lui da solo” replicò il sicario “Ne parli come se fosse il migliore tiratore e spadaccino della Tilea” Faini squadrò il suo compare “Ne parlo come quello che è: il terzo spadaccino più bravo della Tilea, anzi, il secondo, da quando suo padre ci ha lasciati…e lo ha addestrato il primo” sorrise con aria di sfida “E solo lui può batterlo” si alzò lentamente e portò lo strumento in bocca “Chiamatemi, quando avrete ancora bisogno di me” se ne andò con passi lenti, suonando la solita melodia con cui usava annunciarsi alle sue vittime, la stessa sotto le cui note era caduto il suo vecchio amico Generale Trauni.
Le lugubre note dell’armonica non si erano ancora spente quando una giovane donna dall’abito rosso apparve alle spalle del mercante, da dietro una paravento. Aveva i capelli castani sotto le spalle, lisci, due grandi occhi azzurri, un corpo esile ma dalle forme sode e compatte, un seno perfetto, gambe dritte e sottili. Indossava una collana d’argento sopra la lunga veste e portava al fianco una corta daga “Ma guarda” ironizzò Faini “La seconda fiamma del nostro giovane duellista” sorseggiò lievemente dal bicchiere “Quella che l’ha fatto diventare il fastidioso sassolino che è” la giovane donna sorrise “Credo che anche rovesciargli il governo per cui prestava servizio e ammazzargli il padre abbia aiutato” ridacchiò “Sei pentita di qualcosa, Saifya?” chiese il mercante “Assolutamente no, mio signore” assicurò lei “Non ero fatta per un avventuriero che pensava al bene dei propri soldati piuttosto che ai poteri occulti,no, non ero fatta per quell’ignorante soldatino, e lui non era fatto per aderire ai nostri piani.” Socchiuse gli occhi “Anzi, avesse saputo ciò che tramavamo, non avrebbe esitato a lasciarmi alla deriva su una scialuppa” Faini le offrì un bicchiere pieno “E come mai non gli hai dato fuoco mentre dormiva accanto a te?” chiese “Tutti sanno che è la tua specialità…” la maga si morse la lingua “Uno stupido sentimentalismo…a cui abbiamo cercato di porre rimedio, ma ci è andata male” il reggente di Luccini annuì “Dobbiamo fidarci di Armonica e dei suoi?” Saifya scosse la testa “Quell’uomo ha strani sentimenti nei confronti del nostro nemico…no, non mi sembra il caso di fidarci di lui in questo caso…ma abbiamo tanti cavalieri a cui affidare l’incarico di uccidere i nostri oppositori….muovendosi subito potrebbero raggiungerlo con una certa fretta”.

Due ore dopo un drappello di sette cavalieri dalle armature a piastre dorate scendeva verso le mura esterne di Remas. Erano soldati veterani e bene armati, con lunghe lance ancora incrostate del sangue dei precedenti nemici del loro signore. Poche cose al mondo erano in grado di far loro paura
E la notizia di avere a che fare con due soli avversari li riempiva di una sicurezza innata. Non avevano abbastanza cervello per pensare che se gli venivano offerti 250 dobloni per così poche vittime ci fosse una ragione. Da dietro un portico immerso nel buio sembrava di sentire una fievole musica di armonica.

Da dietro il muro, l’assassino smise di suonare il suo strumento e guardò con un sorriso l’estaliano dal vestito scuro e il tabarro nero che fumava un sigaro a un passo da lui “Sembra che il padrone abbia voluto fare di testa sua” commentò l’uomo “Sembra proprio di si, Tuco” replicò Armonica levandosi il cappello in direzione dei cavalieri “Speriamo non lascino vedove…” l’estaliano gli porse un sigaro “Sei così sicuro che non ce la faranno?” l’assassino annuì “han tante possibilità quante di sconfiggere un’armata, e forse meno.” L’uomo scosse la testa “Allora perché non li seguiamo?” Armonica fumò lentamente,aspirando bene, poi rispose “Perché non ci hanno pagati per farlo.”

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Maresciallo_Helbrecht
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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   Dom Lug 13, 2008 1:50 pm

Ma Ammiraglio, perchè non le pubblichi queste storie?? Se lo meriterebero davvero...


Non Nobis Domine, Non Nobis Sed Nomine Tuo Da Gloriam - Dictatus Templare

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MessaggioTitolo: Re: L'Ammiraglio   

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